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  Fabio. G. Mori
       
 

 

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i racconti le poesie
 
     
 

Il capitano (2007)

una nuova puntata di quella che ormai, amo chiamare "la saga del '96".

Il racconto è in lavorazione, e sarà pubblicato entro la fine della stagione sportiva 2007/2008.

Non ne anticiperò il contenuto, ma qui ed ora, mi fa immensamente piacere dirvi che l'entusiasmo e la passione per questa squadra di quasi ex bambini, ora ragazzini, e sicuramente giovani uomini, è immutato e se possibile aumentato dalla certezza di aver intrapreso nell'ultimo anno un progetto importante, condiviso dalle giuste persone e supportato magnificamente da una società semplicemente speciale.

 
 

 

L'arbitro improvvisato (2006)

 
 

Siamo alla seconda puntata.
L’anno scorso scrissi un breve racconto dedicato alla Squadra ’96 ed in particolare ad una bella vittoria giunta alla fine di una stagione travagliata per risultati che non avevano premiato l’impegno dei ragazzi.
Questo secondo racconto ne diventa sostanzialmente il seguito obbligato, un anno di distanza dal primo racconto, con in più un’esperienza accresciuta, con protagonisti vecchi e nuovi, e da parte mia con qualche rammarico per non aver potuto seguire sempre la squadra come avrei voluto.
Qualcuno potrà rimproverarmi per questo e non posso fare altro per ora che dispiacermene sinceramente e con questo impegnarmi, se la società vorrà rinnovare la fiducia nella mia mansione, a far sì che con la prossima stagione ritorni ed anzi sia accresciuto il rapporto di stima e collaborazione con le famiglie dei ragazzi, che così tanto bene hanno fatto in questi anni di intenti comuni e di passione per quanto di sano rimane nel gioco che una volta volevamo definire come il più bello del mondo.
I ragazzi quest’anno mi sono mancati molto, e le poche volte che ho potuto essere al loro fianco durante le partite, sono state per me fonte di molte riflessioni, dove i problemi, con un coinvolgimento a livello personale forse non da tutti sono stati notati, ma credo giusto ritenere facciano parte della naturale evoluzione di una squadra, con la relativa importanza che possono rivestire per ognuno di noi qualora interessato direttamente o qualora investito da un ruolo di testimone inconsapevole.
Il ruolo doppio, se non triplo che ci troviamo spesso a sostenere in alcuni momenti della vita sociale non agevola sicuramente le facili scelte e la semplice convivenza.
Scrivere questo racconto mi è costato in termini di fatica e tempo più impegno del precedente.
Questo nonostante il risultato siano il centinaio di pagine che potrete leggere, unitamente ad un paio d’esercizi in versi che aprono e chiudono la storia.
Si tratta quindi di un racconto breve, ma ognuna di queste pagine ha comportato maggiori riflessioni, ripensamenti e tagli successivi alla prima stesura.
La scrittura del racconto è iniziata intorno alla fine di novembre ed è terminata in concreto, nove mesi dopo, per quello che a volte viene fatto assomigliare ad un parto, e pur essendo questa una definizione veramente eccessiva, è quanto più vicino è immaginabile per la difficoltà a tirar fuori da dentro qualcosa che non è solo un opera di fantasia, ma racchiude anche un po’ di chi scrive e di coloro che lo circondano.
Certo immagino più agevole scrivere un trattato di fisica quantistica piuttosto che raccontare la storia di sedici bambini che giocano a calcio, ognuno dei quali per me rappresenta una persona vera ed esistente e non un personaggio tracciato da una matita colorata.
Tra le righe del racconto vero e proprio ci saranno frequentemente accenni e considerazioni che se prendono spunto dalla cronaca pur semi immaginaria, esulano però in parte dalla narrazione, per affrontare alcuni temi che ho sempre considerato importanti. Alcuni concetti, suggeriranno forse quanto espresso già né “La squadra del 1996”, il precedente racconto, altri sono frutto delle esperienze incontrate nel corso di questi anni, all’interno della società, del mondo del calcio giovanile, anni comunque molto belli se pure non semplici in particolare nella gestione delle risorse umane.
Il lettore, che già ringrazio per voler sopportare questa mia piccola passione, che propongo, senza alcuna presunzione di avere la verità in tasca e tanto meno di voler essere qualcosa di più di un semplice esercizio di scrittura, vorrà pazientemente soffermarsi anche su quelle divagazioni, e potrà magari condividerle o rifiutarle, o ancora meglio e più semplicemente discuterle insieme.
A novembre la squadra ’96 giocò due amichevoli in una sera contro la Polisportiva Mandraccio, amici ed avversari di sempre, e sempre superiori a noi per risultati.
Quella sera per la prima volta m’improvvisai arbitro delle due partite, e mister in assenza degli allenatori titolari.
Era l’inizio vero della stagione, poiché la settimana successiva sarebbe iniziato il campionato.
Ai ragazzi sentii di dover dire soltanto di giocare come sapevo avrebbero saputo fare, e così, in mezzo al campo con loro, pure con un fischietto in mano, ebbi in regalo due delle più belle partite in assoluto per carattere, grinta, gioco e solidarietà tra compagni.
Perdemmo uno a zero entrambe le partite, ma di nuovo, come dopo quella partita raccontata un anno fa, ebbi la certezza uscendo dal campo che questi ragazzi avrebbero saputo darci molto, se molto avessimo saputo dare loro in termini di insegnamento e fiducia.
Alla fine della stagione ci troveremo tra le mani i risultati sempre e in ogni caso buoni del lavoro di tutti.
Indipendentemente da quanto ottenuto la domenica sui campi di gioco, sarà importante, infatti, rendere prezioso tesoro d’esperienza positiva quanto avremo tutti saputo imparare, gli uni dagli altri: i bambini dagli allenatori e gli allenatori e la dirigenza dai bambini, così come i genitori e le famiglie dai loro figli e compagni.
Anche loro comunque, con il loro impegno ed i loro sacrifici, ci insegnano giorno per giorno qualcosa di più sull’essere ragazzi, se ce lo fossimo dimenticati, e su come lavorare ancora meglio per commettere meno errori e non ripetere più quelli già commessi. Spesso la semplicità ed insieme la profondità del ragionamento di un ragazzo di appena dieci, undici anni, scontra e sconfigge concretamente il contorto e prolisso pensare, proprio del nostro mondo d’adulti.
Questo ci fa rendere conto di quanto possiamo essere distanti dai nostri figli, pur amandoli e pur essendo disposti a nostra volta ad innumerevoli sacrifici per quello che ci ostiniamo a considerare il loro bene esclusivo, e che a volte, in particolare nella scelta e nella prosecuzione di un’attività ludico-sportiva, richiama soltanto le nostre pur legittime, ma ormai distanti aspirazioni giovanili.
In ogni caso non conta molto ciò che faranno o ciò che saranno i bambini di oggi, nel mondo del calcio.
Spero per loro rimanga almeno un ricordo piacevole, ed una piccola grande passione da rimettere in campo ogni tanto insieme agli amici, quelli di oggi, o quelli di un domani.
Spero che a loro rimanga anche qualcosa dell’affetto che tutti noi abbiamo provato a trasmettere negli anni in cui abbiamo avuto la gioia di seguirli in quest’avventura e che non tutto vada perduto con il tempo.
I nostri errori serviranno forse ad evitare i loro, pur con la consapevolezza che dovranno e vorranno sbattere il capo contro molte difficoltà, crescendo giorno dopo giorno in una società che sembra solo apparentemente fatta in funzione dei giovani, ma è regno della superficialità e della preclusione, prima di trovarsi magari, da questa parte della penna, o di un fischietto da arbitro improvvisato.

 

Questo racconto è pubblicato anche sul sito dedicato agli scrittori esordienti Il lupo della steppa

in questa pagina

 
 

La squadra del 1996 (2005)

 

 
 

Ho scritto questo breve racconto pensando che i ricordi legati a quella squadra, a quella stagione, ma soprattutto a quei bambini, non si potranno mai cancellare.
Non potranno mai passare nemmeno il ricordo della società che ha dato loro, e quindi indirettamente anche a me, queste maglie da indossare, le loro prime maglie, i primi colori portati sul cuore, da difendere ed onorare.
Resterà per sempre la grandissima stima, amicizia ed ammirazione per le persone che a questa società hanno dato vita e con sacrifici e grandi sforzi personali, portano avanti, dimostrando che serietà, onestà e la fedele coscienza dei principi di fondo che stanno alla base dello statuto e dell’etica umana, possono, anzi devono sempre prevalere anche contro tutte le avversità, le difficoltà di gestione e l’invidia di altre società dilettantistiche,  che si potrebbero ritenere ben più rinomate, ma che spesso dimenticano, o comodamente accantonano il motivo unico per cui esistono: il gioco ed il divertimento dei bambini.

 

Questo racconto è pubblicato anche sul sito dedicato agli scrittori esordienti Il lupo della steppa

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