Siamo alla seconda puntata.
L’anno scorso scrissi un breve racconto dedicato alla Squadra ’96 ed in
particolare ad una bella vittoria giunta alla fine di una stagione
travagliata per risultati che non avevano premiato l’impegno dei
ragazzi.
Questo secondo racconto ne diventa sostanzialmente il seguito obbligato,
un anno di distanza dal primo racconto, con in più un’esperienza
accresciuta, con protagonisti vecchi e nuovi, e da parte mia con qualche
rammarico per non aver potuto seguire sempre la squadra come avrei
voluto.
Qualcuno potrà rimproverarmi per questo e non posso fare altro per ora
che dispiacermene sinceramente e con questo impegnarmi, se la società
vorrà rinnovare la fiducia nella mia mansione, a far sì che con la
prossima stagione ritorni ed anzi sia accresciuto il rapporto di stima e
collaborazione con le famiglie dei ragazzi, che così tanto bene hanno
fatto in questi anni di intenti comuni e di passione per quanto di sano
rimane nel gioco che una volta volevamo definire come il più bello del
mondo.
I ragazzi quest’anno mi sono mancati molto, e le poche volte che ho
potuto essere al loro fianco durante le partite, sono state per me fonte
di molte riflessioni, dove i problemi, con un coinvolgimento a livello
personale forse non da tutti sono stati notati, ma credo giusto ritenere
facciano parte della naturale evoluzione di una squadra, con la relativa
importanza che possono rivestire per ognuno di noi qualora interessato
direttamente o qualora investito da un ruolo di testimone inconsapevole.
Il ruolo doppio, se non triplo che ci troviamo spesso a sostenere in
alcuni momenti della vita sociale non agevola sicuramente le facili
scelte e la semplice convivenza.
Scrivere questo racconto mi è costato in termini di fatica e tempo più
impegno del precedente.
Questo nonostante il risultato siano il centinaio di pagine che potrete
leggere, unitamente ad un paio d’esercizi in versi che aprono e chiudono
la storia.
Si tratta quindi di un racconto breve, ma ognuna di queste pagine ha
comportato maggiori riflessioni, ripensamenti e tagli successivi alla
prima stesura.
La scrittura del racconto è iniziata intorno alla fine di novembre ed è
terminata in concreto, nove mesi dopo, per quello che a volte viene
fatto assomigliare ad un parto, e pur essendo questa una definizione
veramente eccessiva, è quanto più vicino è immaginabile per la
difficoltà a tirar fuori da dentro qualcosa che non è solo un opera di
fantasia, ma racchiude anche un po’ di chi scrive e di coloro che lo
circondano.
Certo immagino più agevole scrivere un trattato di fisica quantistica
piuttosto che raccontare la storia di sedici bambini che giocano a
calcio, ognuno dei quali per me rappresenta una persona vera ed
esistente e non un personaggio tracciato da una matita colorata.
Tra le righe del racconto vero e proprio ci saranno frequentemente
accenni e considerazioni che se prendono spunto dalla cronaca pur semi
immaginaria, esulano però in parte dalla narrazione, per affrontare
alcuni temi che ho sempre considerato importanti. Alcuni concetti,
suggeriranno forse quanto espresso già né “La squadra del 1996”, il
precedente racconto, altri sono frutto delle esperienze incontrate nel
corso di questi anni, all’interno della società, del mondo del calcio
giovanile, anni comunque molto belli se pure non semplici in particolare
nella gestione delle risorse umane.
Il lettore, che già ringrazio per voler sopportare questa mia piccola
passione, che propongo, senza alcuna presunzione di avere la verità in
tasca e tanto meno di voler essere qualcosa di più di un semplice
esercizio di scrittura, vorrà pazientemente soffermarsi anche su quelle
divagazioni, e potrà magari condividerle o rifiutarle, o ancora meglio e
più semplicemente discuterle insieme.
A novembre la squadra ’96 giocò due amichevoli in una sera contro la
Polisportiva Mandraccio, amici ed avversari di sempre, e sempre
superiori a noi per risultati.
Quella sera per la prima volta m’improvvisai arbitro delle due partite,
e mister in assenza degli allenatori titolari.
Era l’inizio vero della stagione, poiché la settimana successiva sarebbe
iniziato il campionato.
Ai ragazzi sentii di dover dire soltanto di giocare come sapevo
avrebbero saputo fare, e così, in mezzo al campo con loro, pure con un
fischietto in mano, ebbi in regalo due delle più belle partite in
assoluto per carattere, grinta, gioco e solidarietà tra compagni.
Perdemmo uno a zero entrambe le partite, ma di nuovo, come dopo quella
partita raccontata un anno fa, ebbi la certezza uscendo dal campo che
questi ragazzi avrebbero saputo darci molto, se molto avessimo saputo
dare loro in termini di insegnamento e fiducia.
Alla fine della stagione ci troveremo tra le mani i risultati sempre e
in ogni caso buoni del lavoro di tutti.
Indipendentemente da quanto ottenuto la domenica sui campi di gioco,
sarà importante, infatti, rendere prezioso tesoro d’esperienza positiva
quanto avremo tutti saputo imparare, gli uni dagli altri: i bambini
dagli allenatori e gli allenatori e la dirigenza dai bambini, così come
i genitori e le famiglie dai loro figli e compagni.
Anche loro comunque, con il loro impegno ed i loro sacrifici, ci
insegnano giorno per giorno qualcosa di più sull’essere ragazzi, se ce
lo fossimo dimenticati, e su come lavorare ancora meglio per commettere
meno errori e non ripetere più quelli già commessi. Spesso la semplicità
ed insieme la profondità del ragionamento di un ragazzo di appena dieci,
undici anni, scontra e sconfigge concretamente il contorto e prolisso
pensare, proprio del nostro mondo d’adulti.
Questo ci fa rendere conto di quanto possiamo essere distanti dai nostri
figli, pur amandoli e pur essendo disposti a nostra volta ad
innumerevoli sacrifici per quello che ci ostiniamo a considerare il loro
bene esclusivo, e che a volte, in particolare nella scelta e nella
prosecuzione di un’attività ludico-sportiva, richiama soltanto le nostre
pur legittime, ma ormai distanti aspirazioni giovanili.
In ogni caso non conta molto ciò che faranno o ciò che saranno i bambini
di oggi, nel mondo del calcio.
Spero per loro rimanga almeno un ricordo piacevole, ed una piccola
grande passione da rimettere in campo ogni tanto insieme agli amici,
quelli di oggi, o quelli di un domani.
Spero che a loro rimanga anche qualcosa dell’affetto che tutti noi
abbiamo provato a trasmettere negli anni in cui abbiamo avuto la gioia
di seguirli in quest’avventura e che non tutto vada perduto con il
tempo.
I nostri errori serviranno forse ad evitare i loro, pur con la
consapevolezza che dovranno e vorranno sbattere il capo contro molte
difficoltà, crescendo giorno dopo giorno in una società che sembra solo
apparentemente fatta in funzione dei giovani, ma è regno della
superficialità e della preclusione, prima di trovarsi magari, da questa
parte della penna, o di un fischietto da arbitro improvvisato.
Questo racconto è pubblicato anche sul sito dedicato agli scrittori
esordienti
Il lupo della steppa
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